Intervista a Francesca Corrado: “Osa perdere per vincere”

 In Impariamo dai fallimenti
francesca corrado intervista

Oggi intervistiamo Francesca Corrado che ci racconterà come ha trasformato la sua esperienza di fallimento in una vera e propria scuola del fallimento.

Ciao Francesca e benvenuta! Iniziamo!

Ciao Francesca, per chi non ti conoscesse, vuoi raccontarci chi sei?

Ciao ragazzi. Sono una economista ricercatrice che ha fatto di una passione – il gioco – un lavoro e dei miei fallimenti una opportunità.
Sono infatti una ex pallavolista, una ex docente universitaria, una ex vicepresidente di una start up, una ex instagrammer.
Oggi sono, tra le altre cose, Presidente di Play Res, una realtà che si occupa di ricerca e progettazione di giochi per contesti ludici o non ludici come la formazione. E sono ideatrice della Scuola di Fallimento.

Qual è stato il progetto che non ha funzionato?

Direi diversi, ma il mio (apparente) annus horribilis è stato il 2015: ad un tratto non avevo più né una società, né una cattedra, né un fidanzato, né una casa.

Ho scelto di fare un dottorato di ricerca internazionale con l’obiettivo di fare carriera nel mondo universitario ma la precarietà, le incertezze e la mancanza di fondi mi hanno portato a dire addio a questo mondo.

Avevo capito che le prospettive non erano rosee già alla fine del mio percorso di studi, e quindi ho lavorato contemporaneamente al piano B: fare quello che facevo in ambito universitario ma in un contesto più imprenditoriale.

Ho quindi fondato nel 2011 uno spin off universitario presso il Dipartimento di Economia di Modena che è stato liquidato nel 2015 a causa di visioni divergenti tra i soci. Questi certamente sono i miei due più grossi fallimenti. O almeno così pensavo!

Quali sono state le maggiori soddisfazioni?

Nella mia vita ho sempre cercato di fare quello che mi appassionava, di portare avanti progetti in qualche modo innovativi e originali frutto delle mie idee e, indipendentemente da come sono finiti e dalla delusione che ho provato per la conclusione di alcuni di essi, ho sempre tratto grande soddisfazione da tutti.

Il successo certamente aumenta il livello di soddisfazione ma credo davvero conti di più come ci sente mentre si cerca di realizzare un obiettivo e l’impatto che si ha sulle persone. E’ meraviglioso infatti ricevere email o messaggi di persone che ti ringraziano per aver offerto loro la possibilità di guardare la vita da una prospettiva diversa o per aver dato loro il coraggio di cambiare e di rischiare.

Quali sono state le principali cause dell’insuccesso? E cosa hai imparato?

L’insicurezza, la paura dell’errore e del giudizio altrui, la scarsa perseveranza, sono stati alcuni degli ingredienti dei miei insuccessi.
Ma, dalla mia esperienza, ho capito anche che l’altra faccia della medaglia, ovvero il successo, non è mai il frutto delle nostre sole azioni. Non è mai solo una questione di talento e perseveranza, di geni e quoziente intellettivo ma è il risultato di un contesto favorevole e dell’incontro con qualcuno che è stato disposto ad aiutarci, che ha ascoltato le nostre idee, le ha condivise o criticate, che ci ha teso una mano ad ogni caduta e che ci spinto a puntare più in alto.

Io cerco di fare tesoro dei no e dei feedback negativi che ricevo perché sono lezioni preziose da cui trarre spunti per fare meglio. E invece prima i no erano per me muri insormontabili e i feedback erano brutte critiche che colpivano la mia autostima, rendendomi anche più insicura.

E’ per questo che hai aperto la Scuola di fallimento? Spiegaci un po’ meglio di cosa si tratta.

Ho aperto la Scuola perché non riuscivo a trovare strumenti concreti che andassero al di là della semplice leva motivazionale o della citazione di qualche personaggio famoso. Per cui ho ideato un percorso che fosse utile a me, e quindi utile per gli altri.

La Scuola di Fallimento è la prima scuola che nasce con lo scopo di insegnare a perdere per vincere attraverso l’uso di metodologie esperienziali, ludiche e immersive (teatro, roleplay e simulazioni, coaching, mentoring, gioco da tavolo).

Nella scuola si analizzano diversi tipi di errori sistematici a seconda del target di riferimento. Abbiamo, ad esempio, il corso sull’errore creativo e sulla percezione dell’errore altrui per gli insegnanti, i genitori e i manager; o i corsi sugli errori di rappresentazione, pianificazione e esecuzione per le imprese e le start up.
Quello che facciamo è di mettere a disposizione dei partecipanti ai corsi una cassetta di strumenti teorico-pratici per accogliere, analizzare e abbracciare l’errore.

Quindi cosa suggeriresti a chi ha una startup che non sta funzionando?

Capire, da un lato, visione e mindset dei soci e, dall’altro, analizzare gli errori. Spesso, come nel mio caso, le start up falliscono perché i soci hanno visioni non convergenti, livelli di ambizione diversi, obiettivi contrastanti che alla lunga possono demotivare e generare conflitti. Capire se il mindset della start up è orientato alla crescita e all’accettazione di tutte le regole del gioco, inclusi i no e i fallimenti. E, infine, analizzare gli errori con spirito critico senza dare la colpa a persone o situazioni al di fuori del nostro controllo.

Bisogna focalizzarsi solo su quello che è in nostro potere cambiare e migliorare.

E poi sfatare il mantra mollare = fallire. Lunga è la raccolta di citazioni e di aforismi sull’importanza di essere coraggiosi, sulla necessità di non rinunciare ai propri sogni e ai propri obiettivi. Anche quando ci sono degli ostacoli che sembrano insormontabili e impossibili da superare, il consiglio è di lottare fino alla fine, mettercela tutta, senza mai gettare la spugna. Una regola basilare di una forte cultura del fallimento afferma invece che: mai mollare ma se non ci sono le condizioni per farlo, lasciate la presa perché persistere in modo irrazionale è un vero è proprio errore. Non lottate contro i mulini al vento perché nel lungo periodo gli aspetti negativi saranno maggiori dei benefici. Quindi il consiglio è pivotare, cambiare modello di business oppure fare altro, “riciclando” in un altro contesto il sapere acquisito.

E festeggiare ogni sconfitta. Festeggiare mi ha aiutato ad attuare inconsciamente una sorta di “separazione psicologica” dai miei fallimento e dalle loro cause, permettendomi di accettare tutto quello che mi aveva ferito e di iniziare a costruire un nuovo progetto di vita, personale e professionale.

Cosa suggeriresti ai giovani che vogliono aprire una startup?

Di studiare, sperimentare, di lanciarsi senza chiedersi cosa accadrà. Viviamo in un mondo complesso e che ci offre sempre meno certezze.

Nessuno può sapere in anticipo se una nostra idea avrà successo o meno. L’unico modo per saperlo è agire, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e fare solo ciò che ci appassiona davvero.

Ultima domanda, sei felice?

Sono felice nel senso etimologico del termine! Mi spiego…
Felicità e successo significano più o meno la stessa cosa: produrre (felix) ed essere in grado di far accadere ciò che reputiamo di valore, senza accontentarsi ma desiderando sempre qualcosa in più. Afferma lo scrittore Igor Sibaldi “Ci vuole un coraggio tremendo per essere felice, perché per essere felice devi essere diverso”. Diverso come l’errante, colui che sbaglia, rompe le regole e ha il coraggio di rischiare per realizzare i propri sogni.

Grazie per aver condiviso con noi la tua avventura Francesca e in bocca al lupo per il futuro!

Dietro Specialisti del Web ci sono due giovani, Alessio e Giulia, che vogliono contribuire alla diffusione dell’informazione sul mondo delle startup italiane.

Post suggeriti

Cosa ne pensi di questo articolo? Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Inizia a digitare e premi invio per effettuare una ricerca